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Archive for the ‘Teoremi’ Category

I proverbi ed i detti popolari sono da sempre accostati alla saggezza detta, appunto, “popolare”, aggettivo che conferisce una ulteriore credibilità alla parola saggezza, già di per sé rassicurante.

Per tradizione si è portati a dare per assunti i precetti indicati dai proverbi, come se essi dovessero rispecchiare la realtà e, quindi, offrire al proverbiando (colui che enuncia il proverbio) delle chiare linee di condotta. Secondo recenti studi dell’Institute of Social and Cultural Antrophology of Oxford questo comportamento riflesso, indotto dal proverbio, nasce dall’assunto che i nostri antenati fossero più saggi di quanto non siano le generazioni attuali, più attenti ad osservare la realtà ed a riassumerla in brevi massime di vita, utili per ogni evenienza.

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Nessuno li ha scelti

Il posto di lavoro è quello in cui passiamo la maggior parte del tempo. Per la maggioranza delle persone questo rito disgraziato si ripete quasi tutti i giorni dell’anno, non lasciando spazio all’utilizzo costante della sindrome da super-woman/man (woman è scritto prima di man solo per etichetta). Se abbiamo un appuntamento importante ci prendiamo tutto il tempo per studiarci e prepararci per sentirci vincenti (per esempio riposate/i, ben vestite/i, depilate/i (?)). Per assumere l’atteggiamento da super-woman/man quindi.

Al lavoro invece passa tutta la nostra vita.

Inutile evitare i giorni negativi;  il giorno in cui ti svegli e hai sognato di dover sposare Brunetta/Rosi Bindi – pena una catastrofe mondiale – e tua madre e i dodici apostoli applaudono da dietro il banco della giuria; il giorno in cui sei afflitta/o da colite cronica e sudando non fai che correre in bagno; quel giorno in cui hai conosciuto uno/a che ti piace e lei/lui ti ha chiesto il numero e ha detto “Ci sentiamo presto” e tu subisci la schiavitù di aspettarti prima o poi un SMS con almeno su scritto un solipsistico “Prova”, senza nemmeno il ciao.

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Ci si arrabbia e si litiga. Per delusione, per nervosismo, per noia, ci si arrabbia e, fin da piccoli, si scopre, con crescente entusiasmo, la liberatoria pratica dell’insulto. Si passa da “stupido, cretino, deficiente, scemo” (possibilmente detti in fila e rapidamente) rivolti ai compagni di giochi, al “testa di cazzo” ringhiato al testa di cazzo che ti taglia la strada in auto molti anni dopo.

A mio modo di vedere, per qualunque motivo lo si faccia, la pertinenza degli insulti è fondamentale. L’insulto deve essere liberatorio e soddisfacente per chi lo lancia e la soddisfazione nasce, in buona sostanza, da quanto è corretto e calzante il termine utilizzato, da quanto, cioè, l’insultato si senta tale in quel contesto.

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